ΑΝΕΞΑΡΤΗΤΟΙ ΠΑΝΑΘΗΝΑΙΚΟΙ
Το blog απευθύνεται αυστηρώςPublished on: 24.04.2012
La "luna gigante" di questi giorni (che per una distanza temporaneamente inferiore alla media è apparsa più grande del 14% rispetto alla norma) avrà spinto qualche sguardo a fermarsi su alcuni dettagli che in verità normalmente già con uno zoom facilmente reperibile, se non a occhio nudo, sono facilmente visibili.
La fantasia dell'occhio è mediata da quella che il nostro tempo influenza, e così anche se taluni potrebbero ancora scorgere sul disco lunare luoghi fantastici, dimore di divinità oppure tratti disvelatori di essenze umane, oggi potrebbero farlo soltanto conservando la consapevolezza della fantasia.
Guardiamo la sua superficie, percepiamo secondo i suoi tratti ciò che la nostra mente suggerisce, magari troviamo anche le corrispondenze del bosco dove si radunavano gli Elfi delle tenebre e gli Elfi della luce, ma sappiamo, purtroppo sappiamo, che sta lavorando soltanto la nostra fantasia, che quello non è esattamente il luogo dove magari Re Oberon e la moglie Titania, regina delle fate, si recarono per le nozze di Teseo ed Ippolita (in tal caso saremmo stati in ottima compagnia, con William Shakespeare), e che se ne guardiamo sempre la stessa faccia, è semplicemente a causa dell'effetto della rotazione sincrona, in quanto il suo periodo di rotazione è pressoché uguale al suo periodo di rivoluzione (The dark side of the moon, la sua faccia nascosta, fu svelata per la prima volta nel 1959, con le immagini inviate dalla sonda russa Luna 3).
Il punto è che non possiamo più permetterci di credere a quelle spiegazioni sognanti ed imaginifiche con cui ad esempio si ricostruivano fino a nove sfere concentriche (oltre l'Empireo) per spiegare la costituzione del cielo. Non è una deriva nostalgica, personalmente sono molto felice di sapere che il cielo è composto dell'atmosfera di un pianeta e che non è nemmeno azzurro, se non in conseguenza della sovrapposizione di onde elettromagnetiche di lunghezza variabile. Ma serve per pensare che andando molto avanti, non possiamo più immaginare quale sia stato lo sguardo del passato, quanto esso abbia influito sul pensiero e sulla vita individuale e sociale, e per ipotizzare che il nostro è un deficit di contestualizzazione ormai del tutto incolmabile.
Mi fermerò quindi sull'aspetto della comprensione antica delle cose, e della loro percezione. Mi vengono in mente due esempi cui ho pensato spesso in passato, e poiché si tratta proprio della luna e delle stelle, si spiega anche il momento in cui ritornano.
C'è un testo di Plutarco giunto incompleto, che è come un cannocchiale puntato dalla scienza coeva verso la luna: De facie quae in orbe lunae apparet (“Intorno al volto che appare nel cerchio della Luna”), più noto semplicemente come De facie; in esso il fratello dell'autore, Lampria, in un dialogo con l'accademico platonico Epigone e con altri astronomi e filosofi, forniscono quella che è la summa, lo stato delle conoscenze sull'Astro, sia riguardo le apparenze dipinte sul suo volto, sia sulla sua sostanza fisica. Si parte dai versi di Agesianatte, che ci vede un bellissimo volto femminile (“...tutta intorno rifulge di fuoco, ma in mezzo più blu dello smalto si mostra un occhio di donna e morbida fronte, e un viso ti appare dinanzi”), alle teorie dei quattro cerchi concentrici dell'universo degli Stoici (in cui la luna è una miscela “d'aria e di fuoco blando”), al cristallo d'acqua ghiacciata di Empedocle, criticato per la sua idea che la terra percorresse orbita obliqua roteando intorno al proprio asse. Lampria sostiene che non esiste una gravitazione centrata nell'universo, giacché ogni entità tende a conseguire la propria posizione, e che la Luna è fatta della stessa terra del nostro pianeta, oltre che proprietaria di una sua autonoma forza di gravità; e non brilla di luce propria, ma riflette la luce del sole (questo lo diceva anche Parmenide).
Ed aggiungeva, cosa interessantissima: “...se la Luna è fatta di terra si dimostra un oggetto bellissimo, nobile ed elegante, mentre temo che in veste di astro o di luce o corpo divino e celeste, risulti brutta e deforme”. Il volto lunare insomma, era bello in quanto imperfetto come la Terra.
Dall'esito dei dialoghi è questa l'idea che prevale, dunque: è un elemento fatto della stessa nostra terra, con montagne e valli che formano le ombre che vediamo, e non esclude affatto che possa anche essere abitata, nonostante i dubbi per la temperatura e la rarefazione dell'aria sollevati da Teone. E di più, per Plutarco la Luna aveva anche un suo ruolo preciso, nel cosmo: una specie di influenza umida e femminile sulla Terra, da cui derivava ad esempio la crescita delle piante, il gusto del vino e le maree.
Ma la conclusione dell'analisi è più completa della sua presenza fisica: lei ha uno scopo, ha un senso, ed è quello che conosce il padre di Zeus, lo scienziato Cronos, e che rivela egli stesso dal suo confino, relegato dal figlio in un'isola britannica: la Luna è il posto in cui dopo la morte corporale, vanno a stare i Buoni, prima che la seconda morte separerà definitivamente l'intelletto dall'anima. Ed è questa la ragione per la quale essa, unica fra tutti gli Astri, ha una natura divina; meglio, è una divinità, e va venerata in quanto tale, ed in quanto attigua alle distese dell'Ade, ed è “signora di vita e di morte”.
Sono idee filosofiche e fisiche assai profonde per l’epoca, ma soprattutto uno stato dell'arte che dovrebbe dare un'idea di quanto possa essere difficile immaginare un animo ed una mente antica calata nel mondo delle sue conoscenze.
Provate ad immaginare, ad esempio, un navigatore di qualche secolo fa.
Questo, però, sarete in pochissimi a poterlo fare, perché bisogna essersi trovati in assoluta assenza di inquinamento luminoso (la brillanza artificiale del cielo notturno si ottiene sommando le sorgenti entro un raggio di almeno 200 km). Ebbene, la prima volta che mi è capitato, la sensazione istantanea è stata quella di capire... o di pensare, perlomeno, di capire cosa provava, cosa sentiva chi un tempo alzava lo sguardo al cielo di notte, e ricordai immediatamente una cartina celeste del '400 che vidi disegnata chissà dove (mi cruccio di non averla ancora ritrovata), nella quale il cielo era una cupola, appoggiata sulla terra come un coperchio su uno scaldavivande: si capisce perfino il pensiero di chi descrisse le stelle come buchi nel cielo da cui filtra la luce dell'infinito. Sembra perfino facilissimo, il pensiero di navigare senza carte, bussole o altro: è tutto così chiaramente disegnato là sopra... e chissà quante e quali implicazioni, anche una percezione come questa doveva avere nella vita quotidiana, oltretutto. Ma anche per capire una scelta militare o una disposizione politica, bisognerebbe entrare nella mente quotidiana del tempo, mentre il nostro senso della storia ci obbliga ad incasellare e sistematizzare gli eventi leggendoli con gli occhi posteriori di chi comprende la realtà e le dinamiche fisiche e sociali secondo i ragionamenti attuali.
Potrebbe sembrare solo un dettaglio, o addirittura una forzatura, parlare dello sguardo all’insù dei popoli antichi, ma probabilmente è invece una delle migliori esemplificazioni di come sia complicato anche ricostruire magari un pensiero legato ad un'epoca, se da essa siamo così impossibilitati già a riceverne i messaggi, i modelli e le visioni con cui si confrontavano quotidianamente gli osservatori della Luna e delle stelle.
(pubblicato su www.teatro.org)
“...godetevi il successo, godete finché dura, che il pubblico è ammaestrato e non vi fa paura...
Io sono solo un povero cadetto di Guascogna, però non la sopporto la gente che non sogna [...]
Non me ne frega niente se anch' io sono sbagliato, spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato [...]
...si spegne la mia rabbia e ricordo con dolore
che a me è quasi proibito il sogno di un amore [...]
...ma dentro di me sento che il grande amore esiste,
amo senza peccato, amo, ma sono triste […]
Venite gente vuota, facciamola finita, voi preti che vendete a tutti un' altra vita;
se c'è, come voi dite, un Dio nell'infinito, guardatevi nel cuore, l'avete già tradito,
e voi materialisti, col vostro chiodo fisso, che Dio è morto e l' uomo è solo in questo abisso,
le verità cercate per terra, da maiali, tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali;
tornate a casa nani, levatevi davanti, per la mia rabbia enorme mi servono giganti [...]
...dev'esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto
dove non soffriremo e tutto sarà giusto.
Non ridere, ti prego, di queste mie parole,
io sono solo un' ombra e tu, Rossana, il sole [...]
...perché oramai lo sento, non ho sofferto invano,
se mi ami come sono, per sempre tuo, per sempre tuo, per sempre tuo... Cirano”
Mi farò accompagnare dalle parole non di Rostand, bensì di Francesco Guccini, che seppe mirabilmente descriverne gesta particolari con immensa sensibilità, e che in modo particolare in questa rappresentazione converrà dunque ricercare.
Scegliendo Preziosi questo soggetto, di certo sapeva che sarebbe stato alquanto difficile evitare l'idea del belloccio (famoso in quanto tale) che gioca a fare il brutto come per sfidare i commenti e spiazzare quel senso di attesa per l'immagine classica del Cyrano; però non ci ha nemmeno provato, anzi, l'ha sostituita con la sua, ed ha perfino concepito una vera e propria sfida che potrebbe definirsi tecnicamente scandalosa, quale è la scelta di eliminare l'unica icona presente nella memoria di chiunque, ed anche la stessa ragione dell'esistenza dello scritto di Rostand: il naso.
Un naso che deformando le fattezze e l'estetica del volto, trasforma il protagonista nell'emblema del rifiuto di sé stessi, e che poi psicanaliticamente arriva a descriverci con grandi e sorprendenti tratti il senso dell'essere inadeguati. Ebbene, la sua regia semplicemente lo elimina, cancella il tratto essenziale, come se apparisse Cappuccetto rosso senza cappuccio, la Gioconda senza il sorriso, Icaro senza ali.
Perché, dunque, farci guardare ed anzi scrutare sul suo viso alla ricerca di quale tipo di deformità abbia escogitato, dal momento che a prima vista non appare, per poi farci accorgere che no, in effetti non c'è proprio nulla, manca e basta? Non c'è dubbio che sia un movimento voluto, quello creato da questa mancanza, un'attenzione che prima deve alzarsi, poi rimanere sospesa, poi cadere in qualcos'altro; c'è da chiedersi dunque in cosa.
La risposta, probabilmente, potrebbe essere che si è voluto mettere lo spettatore davanti alle difficoltà che potrebbero appartenere ad ognuno di noi e dunque non identificabili da un naso-totem (risposta della regia?), oppure che si è cercato di scambiare i ruoli dell'attenzione (risposta del vostro osservatore), ovvero un classico dello sfruttamento d'immagine.
Il sognatore, il trasvolatore Cyrano dunque veleggia a metà fra il dover essere eroe per propria vocazione, o per altrui neghittosità, e rimane sempre strettamente legato soprattutto al suo lato di assaggio secentesco di scetticismo erudito, incline al razionalismo, libertino, individualista ed istintuale: irrisione della religione, dello Stato, della famiglia, aggrappato ad una scienza che apre gli occhi alle prime vertigini dell'infinito.
Mentre Cristiano de Neuvillette, il vero Bello da contrapporre a sé, viene affidato ad un attore danese, Benjamin Stender, la cui evidente lingua madre straniera aumenta l'algido confronto ideale (oltre che ad accentuare la tendenza al voler apparire realmente idiota), ma anche la lontananza dei ruoli, con l'insospettabile profondità emotiva che traspare solo alla fine, nel suo desiderio di essere (anch'egli) amato per ciò che è e non per ciò che l'arte del complice Guascone lo fa diventare agli occhi di una Rossana più furba che romantica.
Il ritmo, il senso di una produzione importante, costumi di un certo impatto favoriscono il sole degli elementi entusiastici di cui sopra, piuttosto che la luna che coprirebbe d'argento il lato romantico e sofferente del percorso imperfetto del suo animo, e che forse però avrebbe avvicinato di più Cyrano al suo pubblico, piuttosto che non il contrario della scelta della eliminazione del suo naso.
Insomma, molto più il vero Hercule Savinien de Cyrano de Bergerac, che non il Cyrano de Bergerac di Rostand.
L'infelicità della storia d'amore viene lasciata troppo a lato, e schiacciate dalla presenza ingombrante del Guascone esplosivo sono la pena ed i mille risvolti interiori che potevano approfondirsi, così come probabilmente anche quella centralità del dubbio che l'uomo d'arme Cyrano (il vero) ardiva presentare ai suoi contemporanei, come accade ad esempio quando prevale l'aspetto farsesco anche nella scena della fiabesca invenzione adottata strategicamente per fermare Antonio de Guiche, quella che tanto ricorda "L’altro mondo, ovvero Gli stati e gli imperi della luna e del sole", l'opera dello stesso (vero) Cyrano.
Resta il senso di una bella produzione, con una precisione scenica di movimenti di cui si deve rendere omaggio a Nikolaj Karpov, e la preparazione complessiva dei giovani dell'Academy diretta da Preziosi.
Ma resta, soprattutto, il dubbio di aver visto non Cyrano, ma un prototipo del cadetto di Guascogna di marca Cyrano, quell'incrocio appunto fra il Gatto con gli stivali, Mangiafuoco e Jim Carrey... ecco, l'impressione definitiva rimane quella di un'anteprima del futuro, ovvero, di come Preziosi stia studiando da Mattatore.
(pubblicato su www.teatro.org)
Scopatori, giornalai, pizzaiuoli, acquafrescai, cantanti, innamorati, carcerati, traditi, guappi, papponi, sciantose, amanti, prostitute, cafoncelli, soldati, malafemmene e fronnalimonisti: se avessero fatto in tempo ad esistere con Viviani, non sarebbero mancati nemmeno gli scartiloffisti.È la varia umanità che rotea nelle idee di un medley costruito da Mario Aterrano attorno ad una Lei, la 'gnora che rappresenta il fulcro posto all'angolo di passaggio di un vicolo nel quale ti fermi, ed in breve tempo succede tutto, ma è un tutto fatto di niente, come il niente in cui Viviani affondava le mani, tirandone fuori personaggi che anziché durante la Grande Guerra o la successiva, campavano tutti i giorni, e la loro era la guerra quotidiana, per vincere la quale di norma si doveva arrivare a mangiare almeno una volta.
E fra dileggi, vaneggi, vanaglorie, disturbate, eroismi, campanilismi ed afflati universali, il regista costruisce un percorso che unisce alcuni dei tratti più significativi dello Stabiese, scendendo nell'essenza dei movimenti di chi a quattro anni già calcava le assi dei palcoscenici popolari indossando un frac: Raffaele Viviani è stato tagliato e cucito, prendendo soprattutto spunto dalle sue opere concepite nella maturità (in particolare dai Dieci Comandamenti), ed affondando le mani in una versione che predilige il musical agli altri possibili sbocchi.
Con questo abbrivio, le voci affidabili di Anna Spagnuolo e Patrizia Spinosi, come protagoniste particolari fra gli altri, passano attraverso le note di ben trenta fra canzoni, accompagnamenti musicali e macchiette di VIviani, fra cui non è facile scegliere cosa ricordare, e la lista del tutto personale perciò comprende almeno Bambenella, Montemurro, Madame Legery, Fore 'o vascio e 'a Rumba d'e scugnizze. Con quest'ultima, in particolare, che nasce dalla percussione inventata su una cassetta di legno. Una scelta che fa risaltare quindi l'aspetto musicale, che viene sottolineato dalla chitarra e dagli arrangiamenti di Michele Bonè, accompagnato da Giuseppe Di Colandrea al clarinetto.
Se cadesse nella facile deriva oleografica, potrebbe essere un programma di cui potrebbe farsi volentieri a meno, ed invece la rivelazione è l'atmosfera di convinta partecipazione corale, e dello spirito chansonnieristico di Aterrano in particolare, che rende il tutto un appuntamento serio ed insieme leggero, anche grazie all'idea registica di puntare su quattro quadri (i mestieri, i vicoli, il dopoguerra ed il varietà), fra i quali si muovono con una certa sicurezza i personaggi che si avvicendano come le voci di quel vicolo, fra le piacevoli interpunzioni danzanti di Carolina Aterrano, e con un ricordo particolare nella felice interpretazione di Marco Palmieri con il suo Mimì di Montemurro.
(pubblicato su www.teatro.org)
Ci sono un po' troppi lati, dai quali si può leggere questa storia così ignominiosa dell'Italia repubblicana. Davvero un po' troppi.
Le interpunzioni del sax di Stefano Russo giungono a proposito anche per questo. Spezzano un ritmo incessante di idiozie e di scandali al contrario, ed è uno dei pochi interventi marcati di una regia che giustamente fa qualche passo indietro per lasciare più scena alla sostanza, che è davvero tanta.
Aldo Braibanti sulla scena definisce subito i termini della questione: si tratta del "più eclatante caso di discriminazione che l'Italia ricordi"... ma il fatto vero, è proprio invece che l'Italia non ricorda.
Nell'ottima alternanza di Fabio Bussotti e Mauro Conte, che con la loro presenza esemplare sia nei contrappunti, sia nei due monologhi finali forniscono una prova eccellente, emerge dunque una storia nella quale non c'è un solo spunto, uno qualunque, cui l'Italia degli anni '60 possa aggrapparsi per giustificare una via crucis.
Al di là della storia che si può leggere in una trama che sembra un film neorealista di serie B piuttosto che la realtà dei fatti accaduti, sarebbe bene credo soffermarsi invece su alcune parole che si possono leggere sui verbali del processo: un "plagio maturato in ambienti pseudoartistici", compiuto da “un frustrato perché basso e stortignaccolo […] un buono a nulla, perché artista, e in quanto artista un corruttore d’anime” che bisogna "ricacciare agli inferi".
Se i cattivi maestri avessero piacere a considerarsi eroi, sarebbe stato un bel racconto, ma non ci scommetterei. A proposito, al di là del merito lombrosiano della sofisticata tecnica giuridica applicata con tanta veemenza, stiamo parlando di un reato di nome Plagio, che all’epoca in quanto residuato bellico del Codice Rocco, era appunto considerato pressoché nullo, e così sarebbe rimasto fino alla sua futura e non lontana cancellazione dall’ordinamento giuridico, se una notevole sequela di personaggi politicamente determinati non fossero riusciti a mettere il record, meritando un Guinness, ovvero creare l’unico condannato della storia per questo reato, Aldo Braibanti. Per non dimenticare gli effetti collaterali delle conseguenze sul suo compagno Giovanni Sanfratello, sottoposto sia ad aberrazione mediche fra cui un numero di quaranta elettroshock, sia a condanne ineffabili quali l’obbligo di non leggere libri che avessero meno di cento anni.
Le frasi che Massimiliano Palmese fa pronunciare ai due pluripersonaggi sono a volte di una spiazzante autorità morale, come nella difesa di Braibanti ("ma quella era la sua volontà... oppure avrei dovuto plagiarlo!" e "…ma l'amore stesso, è un plagio!"), e sono parole che si ascoltano meglio, nell'essenza di due sedie lontane ma che sembrano sempre strettamente affiancate.
Gesti di accompagnamento e nessun oggetto, ma l’aria viene egualmente solcata, ci sono fin troppi pesi a smuoverla, quest’aria irrespirabile come deve essere stata quella della quotidianità della vita di un omosessuale in quel periodo. Al mirmecologo Aldo, difeso poi soltanto dalla severa lucidità di Pasolini e non molti altri, il tardivo rincrescimento della società concesse nel 2006 il vitalizio della legge Bacchelli, che non modifica una sola piega dell’incredibile serie di sovversioni “al contrario” ("credevo che insegnare le proprie idee liberamente non fosse un reato nella nostra Repubblica, ma che fosse un reato impedirlo").
La sovversione di una sovversione forse dovremmo chiamarla eversione, o inversione; ed i due monologhi incrociati finali riescono anche a far sentire questo volo strano, che alle orecchie continua a fornire sensazioni tristi, siglando l’ottimo mix fra ricostruzione della cronaca ed espressione della recitazione.
Ancora oggi, sentire pronunciare le parole della sua condanna, ovvero 9 anni di carcere (la stessa pena comminata per i 2.121 morti del Vajont…) più le spese processuali, più le spese per il suo mantenimento in carcere, fa un certo effetto, in cui trovare attualità e passato congestionati, fa pensare a cosa ci siamo persi nella storia, ma soprattutto, fa schifo.
Nell'ultimo passaggio per Parigi, speravo come sempre di rimanere sorpreso da una diminuzione del consueto disappointment sparso doviziosamente in atteggiamenti e mentalità, e così puntando su un cavallo vincente come la cultura, sono andato alla BNF, la Bibliothèque nationale de France, una megastruttura nel XIII arrondissement voluta da Mitterrand, una delle sue cosiddette grandi opere, non a torto considerate spesso soprattutto grandi megalomanie.
Tuttavia, nel mio desiderio di rinvenire testi francesi che parlassero della rivoluzione napoletana del 1799, per acquisire altri punti di vista e trovare nuovi spunti di riflessione su quello che ancora oggi ritengo uno degli accadimenti, nella storia moderna, che hanno il peggiore rapporto fra importanza reale, considerazione fra gli studiosi e conoscenza contemporanea, pensavo che fosse una tappa obbligata, recarsi da colei che per farsi notare vanta 7,5 ettari di costruzioni, 4 torri di 79 metri, un giardino (non accessibile al pubblico) di 12 000 m² davanti al deambulatorio del Rez-de-jardin, 2.900.000 m² di pavimenti, 385 km di scaffali, innumerevoli linee squadrate di sentore razionalista fra pareti ricoperte in maglie di tessuto metallico INOX, e soprattutto collezioni fisiche stimate in 30 milioni di oggetti, di cui 575.000 visibili nella sede principale.Non vorrei soffermarmi sulle osservazioni che del resto già abbondantemente sono sorte altrove sulla mastodontica quanto fredda e non sempre comoda struttura, mi limiterò a ricordare l'esperienza di un giornalista che era alla ricerca di testi, entusiasta di essere circondato da un numero così impressionante di libri (nella sua testa, ovviamente, dato che di libri, fra corridoi, strade, ascensori e clima da star trek radical chic, per un bel po' di tempo non se ne vedono nemmeno sui poster, salvo il negozio di souvenir all'entrata, con bookshop annesso).
Noi ci lamentiamo della nostra burocrazia e facciamo bene, ma spesso all'estero ci sono occasioni per “consolarsi”, ed ecco una di queste: cercare un libro alla BNF. Dopo qualche tempo passato a guardarsi intorno per capirne il funzionamento, mi si dice che bisogna chiedere di consultare un testo preciso ad uno sportello di accoglienza. Peccato che io non cercavo alcun testo preciso, ma immaginavo di seguire fra gli scaffali di qualche sezione specifica i libri presenti, per trovarne alcuni interessanti, più o meno come si faceva una volta, quando si andava in biblioteca e si perdeva un po' di tempo in questa bellissima attività. Mi sbagliavo. Bisogna chiedere subito un testo preciso.
Arrivato il mio turno, ho spiegato alla gentile assistente l'argomento, non senza difficoltà perché naturellment non capiva una parola né di italiano, né di inglese, ma parlava soltanto francese (vi risparmio il mio pensiero su un luogo che pretende di essere il meglio al mondo nel suo campo, ma il cui impatto con lo straniero è del solito modello francese, ovvero “o capisci la nostra lingua, oppure peggio per te, anzi ti consideriamo pure un poveretto, ma ti concediamo egualmente di stare qui, soprattutto per farti sentire a disagio per come guardiamo chi non parla francese”), e così fra il mio pessimo francese ed il suo inesistente inglese, sono riuscito a farle capire quale fosse l'ambito della ricerca che mi premeva di svolgere. Dovendo però necessariamente individuare un testo di cui chiedere la visione, pena il mancato ingresso nelle fauci del Leviatano, scelgo l'unico, fra i pochi trovati (…), che mi sembrava interessante, ovvero “Bonnamy, Général: Coup d'oeil rapide sur les opérations de la campagne de Naples, jusqu'à l'entrée des français dans cette ville - 1800”: quello che cercavo era esattamente un coup d'oeil, il punto di vista di un militare francese, et voilà, sembrava che si stesse mettendo bene...
Dopo circa 30 minuti di tentativi dunque, ci capiamo, mi stampa il titolo del testo di cui chiedere la visione e mi manda di nuovo all'accettazione, dove si sceglie il tipo di ingresso o abbonamento da comprare. Non ricordo il costo, ma trattandosi, come avevo ormai capito, di un testo solo, per principio non mi è sembrato poco.Quasi dimenticavo: questo iter è stato possibile soltanto previa esibizione del tesserino dell'Ordine dei giornalisti, perché senza manifestare un concreto interesse diretto, e bontà loro essere un giornalista napoletano che voleva documentarsi su fatti napoletani legati alla rivoluzione francese lo era, a quanto ho capito non mi avrebbero nemmeno fatto cominciare a spiegare cosa volessi: questo lo ricordo come uno degli aspetti più sconcertanti, ma non ho indagato oltre; resta il fatto che senza questa “giustificazione”, non avrei potuto neanche iniziare il percorso.
Faccio la card rossa valida per 3 giorni, espleto altre formalità fra cassa, accoglienza e guardiani, e finalmente mi si indica la strada del Sapere: un tornello elettronico, una porta, un ascensore. E poi un corridoio, ed una scala mobile infinita, non saprei valutare l'altezza ma di sicuro era quella che il suo progettista, l'architetto Dominique Perrault, aveva installato per simboleggiare il viaggio verso la conoscenza (beh, si, avevo studiato un po'...).Il viaggio verso la conoscenza dunque scende verso l'infinito fino ad arrivare in un atrio dal silenzio che sembra schiacciare colui che discendeva, poi altri tornelli, un guardiano davanti ad altre pesanti porte in metallo ed un desk di accoglienza dove tre impiegate stavano in beata solitudine davanti ai loro computer, inattive. Ho preso una strada laterale perché ho creduto che non fosse quello l'ingresso, sembrava più un secondo livello di accessi per il quale ci fosse bisogno di altre procedure, ma alla fine di due lunghi corridoi scopro che non c'era null'altro. Torno indietro ed inserisco la mia card nel tornello: niente. Nessuno mi dice nulla. Riprovo. Niente. Chiedo al guardiano, che naturalmente mi manda al desk senza spiegazioni, e qui di nuovo la scena dell'accoglienza francese esclusivamente in francese: mostro le mie credenziali, chiedo se magari interessava loro studiare anche il mio C.V., e comincio a seccarmi perché dopo tutto l'iter completato nei piani alti, non capivo in cos'altro poteva consistere il secondo step. La gentile impiegata, dopo aver consultato il suo terminale, mi dice che “oh, certo, ecco il problema: non ha prenotato la visione!”
“Prenotare la visione” significa trovare una finestra di tot minuti in cui risulta esserci una postazione informatica libera, nonché esservi formalmente assegnati mediante riconoscimento della card, senza essere sicuri della quale non si può entrare.
Mi trovano uno spazio e mi concedono 40 minuti di tempo. Non capisco bene per cosa, ma ormai volevo solo entrare, e la card così magicamente ha aperto le porte. Poi altre porte. Poi il corridoio del jardin esterno, quello inaccessibile, e lungo l'intero percorso la grande sala suddivisa per sezioni. Arrivo alla mia, mi rivolgo alla nuova assistente, e trovandola particolarmente disponibile approfitto per chiederle qualcosa in più, dopo essermi infine assiso sulla postazione assegnata, e dopo aver aperto la mia finestra temporale e visualizzato il testo che avevo individuato nell'iperurano, al piano di spora, che mi è apparso in tutta la sua bellezza elettronica, sullo schermo davanti, in formato PDF.
Molte grazie, per carità, ma se volessi toccarlo, che so, o addirittura sfogliarlo, anche magari sotto minaccia armata alle spalle? No, mi spiega che faceva parte di una collezione inaccessibile (come quasi tutte, sospetto), e che quello era l'unico modo di leggerlo. Volendo, però, potevo stamparne qualche pagina da lì, e perfino scaricarlo e copiarlo su una mia pen drive, ma questo mi sarebbe costato un extra. Ok, ok, va bene così, ma allora, mi scusi se mi permetto... se è in formato digitale e sta in una rete, non avrei potuto consultarlo anche da casa...?
Si, certo, può farlo anche da casa.
Ah. E se qui devo pagare un tot per scaricarlo, da casa cosa devo fare, iscrivermi alla BNF on line, pagare un abbonamento, o cosa?
No, no. Da casa, è gratis.Lascio una riga in bianco, nel caso in cui qualcuno sentisse il bisogno di commenti estemporanei.
Da casa è gratis. Già. Il fatto è che la cosa migliore che tutta la scienza della Bibliothèque nationale de France, dei suoi architetti e dei suoi amministratori, hanno fatto finora, oltre ad alcune sale spaziose fornite di ben comode sedie e postazioni informatiche, a modesto avviso del vostro cronista è il progetto di digitalizzazione di libri, manoscritti e fotografie che permette di consultare, ad oggi, 90.000 volumi ed 80.000 immagini. A chiunque. Trovate tutto a questo indirizzo, si tratta di Gallica.
Meglio ancora, Gallica è una delle reti che sta confluendo nel più ambizioso progetto di Europeana, che già oggi rende accessibili da casa oltre 30.000 biblioteche europee ed oltre 20 milioni di oggetti: lo trovate a questo indirizzo.
Toh, questo si che ha vere ambizioni universali: pensate, è scritto in 29 lingue... e soprattutto, non fornisce solo i formati immagine, ma anche il testo ottenuto tramite OCR. Allelujah.Dunque, dopo la simpatica informazione della serie “ma allora che so' venuto a fare qua?”, chiudo tutto, e cerco di resettare l'intera questione: non era questo, ciò che volevo... speravo di camminare fra i libri, restare a occhi spalancati davanti alle centinaia di migliaia di testi, essere sovrastato da scaffalature kilometriche... e allora facciamolo, anche a caso magari. Purtroppo però, ma sicuramente è questione di funzionalità oltre che di gusto, gli scaffali sono tutti ad un'altezza d'uomo, e pertanto data la vastità dello spazio a disposizione, danno la sensazione di essere dispersi, razionali ma disequilibrati.
Col numero di riferimento di un libro di Cuoco trovato sull'indice digitale, arrivo dunque al settore “Storia della Campania” e cerco qualche titolo che potrebbe essere interessante.
Non che ci si poteva aspettare altro, ma l'esito è stato davvero sconfortante, di testi ce ne sono soltanto 3:
Mario Battaglini – La Repubblica napoletana (testo in italiano)
Benedetto Croce – La Rivoluzione napoletana del 1799 (testo in italiano)
Vincenzo Cuoco – Histoire de la Révolution de Naples (testo in francese)
Stop. Tre testi che si conoscono a memoria, tutti e tre italiani, zero francesi. Come mi aspettavo, già. 213 anni dopo, il tema non cambia, e fra le rivoluzioni europee successive a quella francese, mi sembra che giaccia ancora sottovalutata, se non ignorata, quella che ha avuto le caratteristiche di originalità e di visione del futuro più forti fra tutte.
Torno a casa.
p.s.
Il testo che ho trovato, e che avrei trovato anche da casa, è quello che troverete seguendo questo link, lo sto leggendo, ma mi pare dica davvero pochissime cose interessanti. Il mio consiglio è di aprirlo da casa: oltre a risparmiare il viaggio e tutto il resto, al contrario che dalle postazioni della BNF, pensate che dalla vostra poltrona non si paga nemmeno il download.

